Adrano, in via Battiati è Natale anche a Ferragosto

Natale

Non ho mai passato il Natale in Sicilia. Non ho ricordi legati a questo periodo, e forse nemmeno mio padre (siciliano Doc). Da piccola infatti mi raccontava che i regali li portavano i morti. È quella la festa a cui è più legato. Se penso però alle mie visite in terra sicula ricordo esattamente l’emozione di attesa, stupore e meraviglia che le accompagnava: un Natale a 40 gradi insomma! E come il Natale quell’attesa non mi deludeva mai: le strade a un tratto diventavano familiari, ricordavo una piazza o un manifesto strappato sul muro, e con il naso schiacciato al finestrino sgranavo gli occhi mano a mano che l’auto percorreva quei vicoli. Di solito era l’alba e il paese da lì a poco avrebbe tuonato in un’esplosione di rumori, voci, clacson e mozziconi di parole avrebbero attraversato l’aria incomprensibili brandelli di gergo sparati al cielo che non riuscivo mai ad afferrare completamente. Ma adesso era ancora tempo di risvegli, e mentre nel silenzio della nostra Audi scivolavamo tra i rioni, gli unici suoni erano quelli dei bandoni dei garage alzati che cigolavano striduli come braccia stese al risveglio. Ed eccola finalmente: via Battiati. Ho sempre amato il suo lastricato a scaglie lucido come la schiena di un drago addormentato. Eccola salire gibbuta verso la casa dei nonni. Ed eccolo il mio Natale ferragostano aspettare sul balcone, una figura minuta attendeva il nostro arrivo come una vedetta alpina chissà da quanto tempo. A qualsiasi ora della notte fossimo arrivati infatti ricordo mia nonna perfettamente vestita, pettinata e profumata come se il tempo e la stanchezza e gli anni non potessero toccarla. Finalmente casa. Il mio Natale era l’emozione di quella casa, il portone verde di ferro, il fresco delle scale, l’odore del garage, il suono delle parole che echeggiavano tra quei muri freschi e profumati. Le parole che diventavano formule magiche, le parole che mio padre trovava dalle sue radici e dalla sua terra, e le ritrovava tutte li, improvvisamente si esprimeva in una lingua sconosciuta. Eppure capivo. Ho sempre capito il dialetto, quasi fosse scritto nel mio Dna. E poi, eccola quella piccola donna che a mala pena trascinava le gambe venirmi incontro, riempirmi di baci ed esclamare: “ggiojja”. Eccolo il mio Natale. Gioia. Gioia di ritrovare casa, di aprire quel dono e oggi, di rivivere un ricordo che resterà il più bel regalo della mia vita. Buon Natale.

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