
Il tempo restituisce vecchie storie, conservate per anni dentro scatole impolverate, dimenticate da tutti.
È proprio una di queste che presentiamo, trovata per caso nelle profondità degli archivi e riemersa a sorpresa. Una storia affascinantema terribilmente attuale. Quasi la conferma di una tradizione – negativa – che caratterizza la città di Paternò.
Già nel 2019 avevamo messo in evidenza la poca delicatezza che la guida “Sicilia” di Lonely Planet Italia aveva riservato alla città, con il testo proposto dal giornalista Cristian Bonetto (italo-australiano) a pag. 186 nella IV edizione maggio 2017 tradotta dall’originale inglese Sicily (7ª edition, January 2017). Le poche righe riservate a Paternò erano: «Dirigendosi a ovest di Catania sulla SS121 arriverete a Paternò. Una cittadina non particolarmente interessante ma costruita intorno a un castello normanno. Eretto nel 1072 come difesa contro i saraceni, il maniero è stato ricostruito varie volte nel corso dei secoli: oggi rimane solo il torrione e la vista spettacolare che spazia fino all’Etna.” È utile precisare che questa guida è la più letta e venduta al mondo.
Per questo l’Archeoclub d’Italia aveva fatto formale protesta con una lettera del 4 luglio 2019, indirizzata alla redazione e al giornalista che aveva risposto impegnandosi a modificare il testo nella successiva edizione che noi non abbiamo mai visto. Forse per questo motivo, per questo silenzio, andrebbe reiterata la protesta, che rimase comunque isolata e mai condivisa dalla comunità.
Ma la scoperta di questi giorni è veramente surreale. Le vicende appena descritte non sono un caso isolato. E questo conferma che la dimenticanza e il nascondimento sono patologie coltivate da tempo in città, da una comunità che non vede, non sente, non agisce.
Il 3 maggio del 1965, E. Dirace – milanese – invia una lettera al Touring Club Italiano per descrivere la sua esperienza turistica, in visita nei castelli di Paternò e Adrano con la preghiera di pubblicazione del suo testo sulla rivista “Le vie dell’Italia”.
Pesanti come macigni le parole contenute nella lettera:
“Orbene, avendo chiesto a una guardia municipale della cittadina se si potesse visitare il castello, ebbi per risposta ch’esso era chiuso, ma che dei ragazzi avevano aperto un foro nella porta attraverso il quale era possibile penetrare all’interno. Forte di così autorevole indicazione, sgattaiolai pancia a terra attraverso il foro praticato nella porta. All’interno, restaurato da pochi anni, ebbi la visione di molte bacheche contenenti oggetti di scavo sfondati e depredati. Dunque, il castello può essere visitato solo dai ladruncoli! Ben diversa la situazione ad Adrano, che vanta pure un castello normanno: esso non solo può essere visitato, ma è in corso di restauro e vi è sistemato un piccolo museo con importanti oggetti di scavo: paleolitico, siculi, greci e romani. Ho avuto la fortuna (ed era la mattina di una domenica) d’imbattermi in un competente signore che mi è stato di guida cortese e illuminata. Perché ad Adrano e a Paternò no?”
Il Touring Club Italiano, ricevuta la lettera, prima di pubblicarla, invia al Soprintendente arch. R. Chiurazzi una richiesta di chiarimenti che recita così:
“Prima di pubblicarne il contenuto nella rubrica riservata alla corrispondenza con i lettori, il nostro direttore ritiene indispensabile sentire il Suo autorevole parere sui fatti segnalati”. Il soprintendente risponde pacatamente alla redazione delle Le vie dell’Italia, minimizzando e giustificando l’inconveniente – promettendo imminenti soluzioni – e nello stesso tempo invia lettere di fuoco a Giuseppe Benfatto, sindaco dal 4 febbraio dello stesso anno. Lettere che non trovano mai risposte in quegli anni e che ancora oggi restano in attesa. A nulla serviranno i contributi progettuali degli architetti Francesco Minissi (lo stesso della Villa del Casale di Piazza Armerina e del museo Paolo Orsi di Siracusa) e di Enrico Ambra negli anni ’60 e ’70.
Il resto della storia la conosciamo tutti, non è mai tornato ad essere un museo, imprigionato da se stesso, sottoutilizzato anche se negli ultimi anni qualcosa comincia muoversi tra fruizione e ricerca, tra attenzione e tutela. Ma rimane aperta la domanda del lettore del 1965: perché ad Adrano e a Paternò no?”
Problemi strutturali, la scarnificazione degli intonaci, i pavimenti fiorentini, gli impianti, l’accessibilità della torre e dell’acropoli, gli scavi archeologici mai studiati e pubblicati, la ricerca, la sicurezza e soprattutto un piano di gestione di ampio respiro che lo collochi pienamente nel circuito dei castelli federiciani, senza dimenticare la sua natura di bocca vulcanica e luogo sacro. Guardando con attenzione la storia, le sue vicende e la necessità di modernità che un luogo così importante merita. Gli studi e le attenzioni di questi ultimi mesi, della Fondazione Federico II e del Parco Archeologico di Catania e delle Aci, potranno restituire una nuova visione e diventare un’opportunità per il territorio. La Regione Siciliana ha il dovere di intervenire come fece Federico II nel 1221 insieme a Riccardo da Lentini, suo architetto di fiducia.
Sono nativo di Paternò, sono andato via per lavoro negli anni 70. Ogni estate torno a Paternò e la trovo sempre peggio. Mi dispiace. Io non posso fare niente. Ma i giovani potrebbero e dovrebbero impegnarsi per il loro paese.