Franco Battiato, un oceano di silenzio

di DOMENICO TRISCHITTA. Nel marzo del 2014 muore Manlio Sgalambro, mettendo la parola fine a una delle più controverse voci della filosofia italiana, mettendo fine a uno dei sodalizi artistici più brillanti, mettendo fine a un cantautorato anomalo che non ha eguali nel panorama della musica italiana, quello con Franco Battiato. E come se il musicista ripostese avesse perso il verbo ispiratore che era iniziato con “L’ombrello e la macchina da cucire”, capolavoro indiscusso di poema musicale filosofico.  Nel 2017, a distanza di tre anni Battiato si esibisce al teatro greco romano per mettere fine a una speculazione verbale che si rifiuta di essere musica, impeccabile nell’esecuzione ma frammentata da brevi monologhi verbali che non vogliono spiegare più nulla, né il significato delle canzoni né una rappresentazione autoriale di sé stesso. Il pubblico non capisce ma applaude ugualmente perché alla fine conta solo la musica e Battiato non si smentisce ma tradisce un malessere nel momento in cui pretende di spiegarne i testi.

Quel paroliere filosofo scomodo non c’è più ma rimane la musica, rimane un capolavoro come “La cura”, canto d’amore sublime, immortale, accreditato a Battiato ma che molti pensano sia frutto dell’ingegno del lentinese. Perché alla fine bisogna parlare solo dell’arte che i due ci hanno consegnato, senza speculare e sciacallare sulla malattia del musicista (a chi scrive non importa, semmai si prova pena, rispetto e riserbo come per qualunque vita comune, come per qualunque vita di uomini non illustri). Lucio Battisti ci teneva a ribadire che un artista deve comunicare solo con la sua arte, non ci trasmette nulla attraverso la sofferenza di una malattia, è un fatto troppo privato nonostante l’aberrazione di post di commiato come se il musicista non fosse più tra noi. L’artista ha il privilegio di continuare a vivere attraverso le proprie composizioni, quelle ci saranno sempre, comprese le immortali pagine scritte con Manlio Sgalambro.

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